Non ce la posso fare ho detto.

Non ricordo se ad alta voce con presente nella stanza il mio collega, o mentre lui era in cucina. Non ricordo se tale affermazione l’ho solo pensata. Certo è, che, poi ce l’ho fatta.

Era ieri mattina. Erano passate da poco le sette, le mie ossa erano stanche, stanchissime, la mia mente era stanca, stanchissima. Il cuore caldo felice, l’anima in quel momento non mi aveva abbandonata solo che, si faceva sentire a stento, aveva bisogno anche lei di riposare. A casa poi ho fatto fatica ad addormentarmi e mi supplicavo di abbandonarmi al meritato sonno.
Ricordo bene con quale fatica ho percorso quei 6 km che dalla Comunità mi separano dalla mia abitazione. Il freddo era umido, pungente. Il ghiaccio sciolgo sui vetri della macchina mi permetteva una buona visibilità. il cielo ricoperto di sfumature di nuvole grigio bianco azzurro. I vigneti ricoperti per metà dalla nebbia, molte affascinante per i miei occhi stanchi quell’immagine. Nessun altra auto ho incontrato. Sola viaggiavo a poco più di cinquanta all’ora nelle mie strade di campagna.

Due ore. Ecco, due ore sono riuscita dove aver mangiato panettone e te caldo a dormire.
Accetto poi l’invito di mio padre a pranzo. A mezzogiorno pur senza appetito sono nella cucina dei miei genitori. Mamma in turno in ospedale. Papà aveva preparato la tavola e mi ha servito ciò che non hanno mangiato con gli amici nella notte di San Silvestro. Tutto delizioso. La televisione è accesa.

In quella cucina eravamo io, papà e Papa Francesco.

In quel momento sto anche messaggiando. In realtà non siamo solo noi tre. In quel momento non sto pregando solo per me. E in realtà ce la posso fare. Ce la faccio, sempre.